e miscelare con l’odore dell’aglio i gelsomini
c’è uno smusso nell’aria dal sapore di fresco
quest’oggi
questa geometria dagli angoli acuti troppo bassi
questo scolorire di viso
a sfiorare i rami dei ricordi
c’era la sera
e poi la primavera, senza un ordine apparente
tra le due
i peschi si adornavano ai rami coi ciliegi
e maggio s’arrendeva al solstizio dell’usignolo
hai due gambe storte e per di più un pigiama
a membra di panna non montata
che si affloscia al tuo essere sulla sdraio
e toppe senza tocchi; con due occhi verdi a metà
tra il sognato e il mal'incipiente
con un euro a terra e 30 centesimi di lato
Tra le pagine sfoglia la sera del ricordo puro
nell’incidersi al sapore di un vestito bianco scadente
di una sottana nella dimensione dismessa del guanto
di rosa la scena scorre al percosso del restio
due mani giunte, un’intercapedine del sorriso smosso
un abuso dell’ora sul minuto di una finestra socchiusa
un rosario del martirio appassito al movimento lento
dei fiori gialli sopiti sulle lacrime del cristallo
nel piombo vergine del mistero transeunte e nero
l’apriori del messaggio scucente del simposio
di una gabbia grigia maldestra e di un uccello all’esilio
del volare due tuoni ed un leggio in ebano
la commedia e poi il passo successivo a pagina 23:
L’apoteosi declina mesta verso la riserva di seconda linea
ponendosi a levante del cuscino bagnato di rugiada.
Se potessi dare un'idea del mio senso di solitudine!
Né fra i vivi né fra i morti io ho qualcuno a cui mi sento
affine. E' una cosa indescrivibilmente tremenda. E solo
l'esercizio di sopportare questo sentimento, e il suo svi-
luppo graduale fin da quando ero bambino, mi consen-
te di capire come mai non abbia ancora dovuto soc-
combere a esso.
Ma il compito in nome del quale io vivo lo vedo chiaro
dinanzi a me: come un fatto di indescrivibile tristezza,
ma trasfigurato dalla coscienza che in esso c'è grandez-
za, se mai c'è stata grandezza nel compito di un mor-
tale.
Friedrich Nietzsche, 1886
Il bagno verde
Il water aveva una circonferenza di 64 centimetri e mezzo
E quando lei si sedeva a cavalcioni sul bidet ne ostruiva metà visione
Sghemba com’era a poggiarsi sempre sul lato mancino delle cosce
Che l’acqua non calda attendeva ancora il suo insaponamento
Come il turista che alla fermata n. 7 attende l’autobus che lo porterà a San Pietro.
Le mutandine le aveva lasciate nel soggiorno accanto al disco di Fornaxiari
Sulla panca che lei destinava ai suoi solfeggi estivi mani candide
Arpa a muso viso piramidale pensile ramo su corde vocali asettiche
Vista dal di dietro una piazza e mezzo tra il 24 e il 36 del Loengrin.
Nessuna torre fermava la regina e il cavaliere sulla scacchiera
A 156 piastrelle del bagno verde; a sud della casa di montagna.
Il tempo è oggi fermo sul 24
Ante meridiem la gabbia è aperta
All’affanno
Impervi numi attraversano l’orizzonte
A viva voce mi chiami ricordo
D’origine qui il nuovo è già vecchio, di ieri
Sottofondo Opera 32 ancora da comporre in do
Minore. Ed è l’una.
Tu qui mia vicina di tre passi oltre la parete
Starai sognando.
Tranquilla attraversi le ore del sonno
Senza traumi o P2 o G7
Hai ricevuto la porzione quotidiana
Di sospiri e pene
Ed ora ti riposi per riprendere tra poco la veglia
La tua altra razione di cibo permanente
Quotidiano in parole ed opere
D’ingegno e non di crucce
Avrai messo le tue scarpe dietro la porta
Avrai tolto altro senza nulla dire
O schermire
Dormi a che il sonno ti ristori
Membra e seno
Senza fine
L’uomo progetta il tempo
Delle mele è ancora donna
Nell’intercapedine di sinistra
Tra la finestra e la presa d’aria
La fessura è vuota.
Lo sguardo.
Tu sguardo sei qui
ampio
sprofondo e ti guardo
in quei lievi movimenti
del tuo dire che mi porgi
delicata al sapore di prima
lavanda
l’alba è ancora acerba
dobbiamo costruire la nostra casa
per metterci dentro poi
al calore di un letto
stiamo portando i secchi di calce
ancora non viva
stiamo portando i pilastri di un ponte
stiamo orchestrando l’architrave
se reggerà il nostro peso
ed ora sei piuma
solo piuma.
Era il muro
Il muro dell’uomo
Lo scalpellio distratto del momento 2
Poesia parlata
Ecco: tu sei non vedente
Non potresti leggere ciò che sto scrivendo
Perciò ti parlo
Prendo la tua mano e l’appoggio sul mio cuore
Vorrei donarti un occhio
Io ne ho due per farti vedere come vedo io
A metà, la nostra vista diventerebbe due
Ecco: siamo esseri umani
Hai toccato il mio cuore.
“Vedere“ l’Altro significa vederlo come un eroe di una tragedia greca, o di un dramma di Shakespeare, oppure di un romanzo di Balzac. Noi abbiamo di fronte, nell’Altro, una parte della vita di un essere umano nella sua unicità. Egli ha dalla nascita delle qualità personali, ha lottato e – questo assume un grande rilievo – è sopravvisuto a tutte le difficoltà che ha incontrato durante la sua vita. In questa sua lotta ha dato alla vita delle risposte sue proprie, individuali.
Il fatto di nascere produce, a causa delle contraddizioni intrinseche all’esistenza umana, una domanda alla quale noi dobbiamo rispondere in ogni momento della nostra esistenza, e non con la nostra ragione, ma con la nostra intera esistenza. Poche sono le risposte a questa domanda: tra queste ce ne possono essere alcune di tipo regressivo e una sola progressiva. Queste risposte, dunque, non sono poi molte: pensiamo a come risponde di solito il genere umano, e possiamo rapidamente dedurre che esse sono circa sei, otto. Ogni uomo risponde alle domande della vita in un suo proprio modo; ci sono perciò infinite variazioni individuali, diverse per ciascuno di noi. Allo stesso tempo, tuttavia, ci sono alcune grandi categorie di risposte.
La vita di ogni persona è una rappresentazione drammatica in cui ciascuno, dando la risposta individuale ai problemi della vita, ha successo oppure fallisce: noi dobbiamo capire la risposta globale che le persone danno alla vita. Ci possono essere risposte di completa regressione nel grembo materno, di attaccamento al seno della madre, di sottomissione al comando del padre, oppure di pieno sviluppo delle proprie capacità. Ovviamente non sono solamente queste le risposte possibili, ce ne sono altre che costituiscono infinite variazioni di queste. Ma esse sono sempre una risposta strutturata in modo totale, e questo spiega perché io abbia detto che occorre guardare le persone come eroi di un dramma shakespeariano.
La risposta che un uomo dà alla vita non è mai parziale. E’ in qualche modo totale, ha sempre una sua struttura. E noi possiamo comprendere la persona, solamente se comprendiamo la struttura totale della risposta che viene data alla esistenza. Per esempio, quale risposta dà < principalmente > l’uomo che vuol restare sano? Come prova o ha provato a risolvere il problema della sua relazione con il mondo ? Occorre aver bene davanti agli occhi la risposta globale che le persone danno, ed è indifferente se si tratta di uno psicotico, di un nevrotico o di una persona così detta sana. Ciascuno dà una risposta che fa riferimento al tutto e che possiede una struttura. Fin dal primo momento della terapia si dovrebbe vedere il paziente in questo modo e comprendere la sua risposta globale.
Fin dal principio dovremmo cominciare a porci la domanda. “Qual è il senso di questo dramma?”, e dovremmo evitare di andare a scavare qua e là, perché si tema di perdere la comprensione della totalità della vicenda. Sono pienamente convinto che l’interesse per una persona aumenta quando si capisce il suo dramma. E per far questo non ci vuole una grande intelligenza; il dramma degli uomini è qualcosa di estremamente interessante, se lo comprendiamo e se non abbassiamo il significato della lotta di una persona per esistenza ad una banalità.
Erich Fromm - Anima e Società
Intervista a LittlePot
Se la scrittura è sguardo, in che si differenzia e in cosa si assomiglia al gesto corporeo.
Per me lo sguardo è molto più immediato, è forse il primo strumento di conoscenza che un individuo ha a disposizione, per così dire. Per cui non me la sento tanto di paragonarlo alla scrittura. Perché la scrittura diviene primo strumento di conoscenza solo per coloro che la avvertono come tale, nell’animo. E primo scopo della scrittura non è certamente conoscere se stessi.
Riferendomi agli altri sensi direi che la scrittura per me è più paragonabile più che alla vista, al tatto e all’olfatto perché permette di toccare con mano, in senso figurato s’intende, e carpire i profumi di ciò che poi vuoi traspaia dalla lettura.
Quanto ai gesti corporei, non credo ci sia un gesto vero e proprio che possa definirla. La scrittura didattica sarebbe un “prendere per mano”, ad esempio, ma questo lo dico da lettrice.
Mi viene da pensare più che a gesti, ad una postura, ad una sorta di maschera. Klossowski diceva che la maschera forma comunque una fisionomia determinata che risponde ad un desiderio di suggestione che proviene dall’interno di sé. Non solo, essa rivela anche che chi la porta ha scelto, ha deciso tale viso. Allo sguardo di se stesso e allo sguardo degli altri.
Questo non significa che ci si trasforma, o mimetizza. Significa che a seconda di ciò che si scrive, e soprattutto in poesia, si lascia trasparire tutto e niente. Come diceva Emily Dickinson, tell all the truth but tell it slant (dì la verità ma dilla sghemba).
La caverna è luogo interiore, scrivere la propria storia sulle sue pareti per comunicare a chi dovrà ancora venire la propria esistenza, oltre che apertura all’altro ed inizio della storia, rappresenta anche profanazione del luogo e del tempo?
In breve: è paragonabile alla nostra attuale possibilità di conservare i semi umani per ibridare spazi e tempi futuri?
La caverna è un archetipo a me molto caro. Non la reputo affatto profanazione del luogo e del tempo. Chi può profanare è colui che non si eleva, che non scava tra le righe, che non coglie le sfaccettature, che si abbandona al pregiudizio. Si conservano solo i semi forti, anzi direi i degni. Chi lascia delle ditate di fumo sulle pareti della caverna è destinato a vederle scomparire, e quindi non lascerà alcun segno. Credo molto nella capacità della parola, ma l’uomo deve riscoprirla, e lasciarla fluire attraverso i canali giusti. Internet in questo è una grande possibilità. Certo, è una caverna (per usare la tua stessa metafora) un po’ più grande, ma rimarranno comunque le sperimentazioni e le innovazioni. Non bisogna mai smettere di crescere e guardare avanti.
Il Tempio quale luogo sacro non dissodabile per il mangiare del corpo ma solo per il cibo dell’animo, comporta il silenzio. Il silenzio e il digiuno sono nelle loro diverse semantiche dei sinonimi? E dove i punti di incontro e di differenza?
In questa risposta guarderò la mia realtà. Amo moltissimo il silenzio, mi è fondamentale in molti momenti della vita (quando lavoro, ad esempio; e quando leggo). Può andare di pari passo con il digiuno dal cibo del corpo, ma non quello dell’animo. Non potrei mai far digiunare la mia anima, e chi non si accorge, o peggio non sa neanche, che l’ha messa a dieta forzata è malato, seriamente.
Un’ultima domanda: Scrittura naturale e scrittura artificiale.
Ma non è una domanda. È un’affermazione.
La scrittura artificiale... mi viene in mente la leggenda metropolitana che vuole un pool di scrittori provetti alle spalle dei grandi romanzieri che non sbagliano un colpo. Certo, oggi purtroppo non fa più testo l’inventiva e l’ispirazione, conta più il prodotto e i numeri nelle vendite, per cui bisogna sfornare materiale che piaccia al pubblico, e venda. Quella è la scrittura artificiale che odio, lo “scrivere apposta”. La scrittura vera è l’espressione del Genio, del Sé, per dirla riprendendo Nietzche essa offre una testimonianza decisa e decisiva di chi l’Autore È - e cioè in quale ord ine si collocano gli impulsi più profondi della sua natura.
Grazie, LittlePot.