Prendiamo 25 cents
mettiamoli uno sull’altro
e poi aspettiamo
le sette di sera
su un giallo del nero
sul foglio
che sprofonda la mente
cercando quest’io
tra una bottiglia verde
in plastica
e le acque di un altro ieri
che ancora ci resta di fronte

Nel silenzio di un tempo
o nella memoria di un altro,
il giallo o la rosa.
E nel tremore due gigli
di sera.
E tra il cristallo e la rosa
la tua silenziosa oscenità:
mancavano le stelle
e prendemmo due bicchieri
di carta,
nelle ore trasudate
di un sabato di nebbia.


e se usassi ovunque rosso aggettivo al posto
di carminio, di magenta o vermiglione
a glassa sul tempo e ai verbi un po' di cremesi
di bronzo i tetti e mattoncini rosso Falun
lacca di Rubia sulle lane turche e gli avverbi
di rosso veneziano; ruggine ai bracieri
corallo a tutte le congiunzioni e poi
scarlatto ed amaranto i nomi propri
e la morte terra cotta, biscotto
gelivo attorno all’incarnato prugna

né l'io che va alla grande
con due boccioli di rosa sullo sterno
zattera di saldature flebili
e cellophane, dove il cuore
lascia il buco di una sigaretta
di candeline senza baricentri
o lische, sul fondo in primo piano
Cianciavamo, tra la voce e il sogno due udivamo
quei suoni che giungevano più lesti, come primi,
e piegati li raccoglievamo nelle ceste, selezionandoli
dalla rinfusa per lunghezze di sillabe, smemorate.
Abbarbicati sui muri tracciavamo segni, riproducendo
suoni, spezzoni di voci, semi immagini note.
Il quarto giorno tornammo alla miniera, e bevemmo
altra acqua.
Altra acqua alla fonte. Scrivemmo anche: Io di voi,
tra la sabbia e la roccia. Io sono nato qui, su questa
terra tra l’occidente e l’oriente.
Io nacqui sulle colline.
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tornammo indietro
ad assaporare
da vicini
le bacche
ancora acerbe
e nell’estremo riso
del verde
cercavamo il solo
nel gesto dell'atto
sporgente il comune

Uno standard di vita
misurammo accorti
tra la tempesta e la neve
sull’albero.
E tutto era così fermo
nel giorno del mese
in cui tiravamo le somme
dell’aver vissuto
così senza petali.