Che il chiarore sui visi afferri l'attimo perso, il velo della metodica indifferenza quando, appassito il ramo, l'amore tende a novecento ove anche i muri d'un romanticismo di vita espandono l'oggetto del creato, ah disavventura impavida di una guerra con baionette, gli organzi di una lenta moria tra i crepuscoli di nuove odissee, ecco nuova vita, si esclamava, ai più. Noi vestiti ancora imploravamo e tu, forse anch'io, cademmo.
È vita questa, si potrebbe oggi dire, se non fossimo ancora distratti?
È così che tende il purgatorio, o il paradiso anche, se offesi da tante ingiurie, un bel giorno ci ritirammo?
È vuolsi così, o vorremmo noi?
Che il volere sembri più attempato, che il ciglio non s'imperi più, che ogni di quegli animi è cimitero o anche vie da percorrere d'embrioni?
Ahi le malarie, ahi le guerre spesse se stanche. E tu, con la tv, ora siedi, t'accomodi alle sere e vicino stai agli stretti muri, alle trincee aggrappato d'un sapere?
Ahi questi pensieri, questi diodati che implorano le lodi.
Il pargoletto che poi si stanchi, il figlio al core.