ritoccammo i cerchi
ed era ancora buio
quando i ciliegi
e poi i suoni,
nel succedersi
la notte,
che i segni
ancora dis ancoravano
l’i stante sm osso
pia no pia no
e poi il silenzio
già, noi ancora qui
i nostri pensieri
i nostri corpi
e senza più colori
vaghiamo
tra lo spazio e il tempo
tra il segmento e la linea
di sempre,
mentre la mano
pulisce lenta ancora
il vetro
appannato di ieri
Cianciavamo, tra la voce e il sogno due udivamo
quei suoni che giungevano più lesti, come primi,
e piegati li raccoglievamo nelle ceste, selezionandoli
dalla rinfusa per lunghezze di sillabe, smemorate.
Abbarbicati sui muri tracciavamo segni, riproducendo
suoni, spezzoni di voci, semi immagini note.
Il quarto giorno tornammo alla miniera, e bevemmo
altra acqua.
Altra acqua alla fonte. Scrivemmo anche: Io di voi,
tra la sabbia e la roccia. Io sono nato qui, su questa
terra tra l’occidente e l’oriente.
Io nacqui sulle colline.
Hai tu nell’animo il compasso
Un determinismo fattuale del cono
Che nell’ombra incide il tempo dell’ora
La vendemmia dei grappoli acerbi
In primavera
Hai tra le gambe l’animo giusto
Il teorema di Pitagora in efeso
Una base arrossita ed un cateto mancante
Che svirgola nel mezzo
Hai delle gambe asciutte tirate in diagonale
Perpendicolari alla guglia del tempio